Ci sono infiniti modi per raccontare una stessa cosa. Saper scegliere il migliore è ciò che fa di uno scrittore un bravo scrittore. Il lettore non si nutre solo di storie, di accadimenti. Si nutre di parole, di suoni, di combinazioni che a volte lo colpiscono al punto di ricordarle per sempre
- Suo zio era un uomo mordace, e svelto con le battute. Sembrava nutrire un odio speciale per la religione.
- Gli dava fastidio l'ipocrisia, - disse Leonard. - Non la religione.
Il reverendo Fitzgerald rifiutò di abboccare. Aveva un tono molto cordiale quando disse: - E' insolito che suo zio e Ilium Moon fossero tanto amici. Il signor Moon è molto religioso. Molto coinvolto nelle attività della chiesa. Specialmente quando hanno a che fare coi giovani. E da quello che ho letto sui giornali...
- Non creda a tutto quello che legge sui giornali, - disse Leonard.
- Molto bene, - concluse Fitzgerald. - Lo terrò presente. Sa, stavo cercando di ricordare cosa ho sentito sul suo conto, e adesso mi è tornato tutto in mente.
- Spero si tratti di complimenti, - disse Leonard.
- A quanto ho sentito, lei è omosessuale e lo ostenta, - disse Fitzgerald.
- Non porto cappellini da donna e tacchi alti e non studio l'arte di disporre i fiori, se è questo che intende, - disse Leonard. - Però non sto nemmeno nascosto sotto una sedia in cucina.
- E' orgoglioso della sua omosessualità, - dichiarò Fitzgerald.
- Non devo renderne conto a lei.
- No. Non deve renderne conto a me. E' al Signore che deve renderne conto. Io non ho niente contro di lei. Sto solo dicendo che la sua via non è la via del Signore. Conosce la Bibbia, signor Pine.
- Hap e io citavamo la Bibbia proprio venendo qui.
- Conosce la storia di Sodoma e Gomorra?
- Certo, - rispose Leonard. - E' l'allegoria dei froci preferita dai battisti. Mi vengono i brividi tutte le volte che la sento. Il che accade piuttosto spesso. Mi piace soprattutto quando la moglie di Lot viene trasformata in una statua di sale.
- Se conosce la storia, cerchi di impararne qualcosa, signore. Lot incontrò gli angeli del Signore ai cancelli di Sodoma e li portò a casa sua per un festino, e la casa venne subito circondata da omosessuali che volevano conoscerli.
- Conoscerli significherebbe fotterli, giusto? - chiese Leonard.
Fitzgerald sbatté le palpebre un paio di volte ma finse di non sentire e andò avanti. - E gli omosessuali si raccolsero attorno alla casa di Lot e gli chiesero di portare fuori gli angeli e consegnarli alla folla, e gli angeli resero cieca la folla. A lei questa sembra tolleranza per gli omosessuali, signor Pine?
- Perfetto, - disse Leonard. - Non è arrivato alla statua di sale, però ha lasciato fuori della roba interessante. Ad esempio il fatto che Lot, per voler proteggere quegli angeli che non avevano bisogno di protezione, ha offerto alla folla le sue figlie. Proprio il padre esemplare che vorrei avere io. "Ehi, ragazze, abbiamo questi ospiti e i froci se li vogliono scopare, ma, cavolo, sono angeli e non hanno ancora finito i petti di pollo, così mando voi al loro posto. Giù le mutandine e fuori".
- Lei ha una scelta di frasi infelice, signor Pina, - riprese Fitzgerald. - Il suo problema non è dissimile da quello che aveva suo zio. E per essere onesti, da quel che avevo io. Sì, anche i sacerdoti possono avere una crisi di fede. Ma col tempo la verità mi si è fatta chiara. Quello che lei sta facendo è quello che facevo io. Lei sta cercando un Dio che operi a livelli umani. Se lo scordi. Dio ha stabilito la legge, e la legge esiste, e non sta a noi metterla in discussione. Non importa che appaia giusta o no ai nostri occhi. E' la legge, e tutto comincia e finisce lì.
- Il problema in discussione al momento non è la religione, - dissi, - e noi non volevamo sollevarlo.
- E' sempre il problema, - replicò Fitzgerald. - Signor Pine, sia orgoglioso oggi, perché quando lascerà il mondo della carne e incontrerà il suo Creatore e sarà scaraventato negli ardenti pozzi di lava dell'inferno, l'orgoglio non le servirà. La logica non le servirà. La legge è legge.
- Adesso so perché chiama primitiva questa chiesta, - disse Leonard.
Io pensai: Vai così che entriamo nelle sue grazie, Leonard. Questo sì che è giocare bene le carte. L'unico modo per fare un'impressione peggiore sarebbe stato entrare a calzoni calati sventolando l'uccello.
Joe R. Lansdale, Mucho Mojo (trad. Vittorio Curtoni), Einaudi, 2007
Etichette: dialoghi, linguaggio, personaggi
Stavo con un'intelligente professionista, e riuscivo solo a pensare quanto mi sarebbe piaciuto scoparmela. Dovevo pensare a qualcosa d'altro. La cosa da fare era parlarle come si parlerebbe a un avvocato che stuzzica il tuo interesse, maschio o femmina che sia.
- Le capitano molti casi di risarcimento danni?
- Come?
- Ha presente... Incidenti stradali...
- Oh. Ogni tanto. Un paio in tutto. Più che altro mi occupo di testamenti, cose del genere.
Forte, Hap. Proprio forte. Perché non le dai della insegui-ambulanze?
- Bella giornata, eh?
- Già. Be'...
- Insomma, fa caldo, però è ok. Meno umido del solito. Insomma, in genere c'è più umidità.
Florida Grange guardò l'orologio. - Secondo lei, quando tornerà Leonard?
- Presto. Al diavolo, Florida. Mi sto comportando da idiota. Ultimamente, quando mi trovo con una bella donna, mi capita di fare la figura del fesso. Non lo faccio apposta.
- Non c'è problema.
- No. No, non è vero. Se preferisce, me ne sto qui buono buono... A lei interessa Leonard?
Lei mi sorrise. - Leonard è gay.
- Lo sa? Speravo di darle io la notizia, e se fosse rimasta delusa, sarebbe toccato a me rimediare. Io non sono gay, fra l'altro.
- Cavoli. Non lo avrei mai immaginato. Da queste parti, quasi tutti sanno che Leonard è gay. Passava le estati qui. Mia madre conosceva suo zio, e ha visto crescere Leonard. Mi ha parlato di lui.
- Ah.
- Senta, signor Collins... Hap. Le devo le mie scuse.
- Lei deve scuse a me? Dopo tutte le mie sbirciate? Deve perdonarmi, Florida. Ho passato troppo tempo fuori dal mondo. Niente compagnie femminili. Al momento, sono alimentato quasi completamente a ormoni adolescienziali.
- L'altro giorno, quando mi ha chiesto di portarmi fuori, le ho risposto di no...
- Ehi, tutto a posto, è un suo diritto...
- Vuole chiudere il becco un minuto?
- Ma certo.
- Devo confessarle una cosa. Non sono uscita con lei perché è bianco. Tutto qui.
- Non le piacciono i bianchi?
- Non è questo. E' che anch'io sono un prodotto del razzismo. Non sto a pensarci molto, non mi sembra di praticarlo. Però, vede, io sento sulla pelle tutte quelle storie sul mondo in mano ai bianchi. Sento di dover scarpinare in salita per tutto quello che riesco a ottenere, da nera. E quando arrivo al punto di essere pronta ad avanzare, pare ci sia sempre un ostacolo bianco.
- Probabilmente c'è.
- A volte sì. A volte no. Però io ho lo stesso una scimmietta sulla spalla, e così, quando un bianco mi chiede di uscire, io mi metto a pensare che lui pensi Questa puttana nera sarà contenta di uscire con me. Io sono bianco. E siccome sono bianco, posso regalarmi una porzione del suo culo nero, dopo di che Buana può continuare per la sua strada e mettersi con una donna bianca, una donna rispettabile.
- Be', per essere onesto, alla storia della porzione di culo nero ci ho pensato sul serio.
- Lo so. L'ho capito. Lei trasuda umori maschili. Ma il punto è l'altra parte. La parte razzista. Non credo proprio che lei l'avesse in mente. Né allora, né oggi. Ma i condizionamenti sono duri a morire. Ci ho pensato su un sacco, e mi è dispiaciuto avere pensato una cosa del genere, e sa?, sapevo che lei era qui perché mia madre mi ha detto di averla vista qui, e l'ha riconosciuta dal funerale, e be', volevo farle sapere che mi spiace di essere stata razzista. Porcaccia, sto facendo una grandissima confusione.
- Tutto a posto. Ho afferrato. E' molto onesto da parte sua. Ma fa sentire di merda, ma è onesto.
- Sì, certo. E continuo a non voler uscire con lei.
- Capisco.
- Sa perché?
- Sono brutto?
- No. A dire il vero la trovo attraente, in un modo un po' grinzoso e demodé.
Grinzoso?
- Ma il problema è che a me piace ballare, e i bianchi non hanno ritmo. E lo sa che altro dicono di voi bianchi?
Guardai un sorriso splendido illuminarle il viso.
- Cosa dicono? - chiesi.
- Che avete degli uccelli piccoli così.
Joe R. Lansdale, Mucho Mojo (trad. Vittorio Curtoni), Einaudi, 2007
Etichette: dialoghi, linguaggio, personaggi
- Ragazzi, questo sì che è un pezzo di software davvero carogna. La più grossa novità dopo l'invenzione dei toast. Quel dannato affare è invisibile. Proprio adesso ho affittato venti secondi su quella scatoletta rossa, quattro salti a sinistra sull'ICE della T-A, per dare un'occhiata a come apparivamo. Be', non appariamo affatto. Non ci siamo.
Case esplorò la matrice intorno all'ICE della Tessier-Ashpool fino a quando non trovò la struttura rosa, un'unità commerciale standard, e si digitò il più possibile vicino a essa. - Forse è difettosa.
- Forse, ma ne dubito. È una creatura dei militari, comunque. Ed è nuova. Banalmente, non fa registrare la sua presenza. Se lo facesse, avremmo letto i dati relativi a qualche genere di attacco cinese a sorpresa, invece nessuno si è agitato di un millimetro nonostante la nostra presenza. Forse neppure la gente a Straylight.
Case osservò la parete vuota che schermava villa Straylight.
- Be', è un vantaggio, giusto?
- Forse. - Il costrutto fece la vaga imitazione di una risata. Case trasalì a quella sensazione. - Ho ricontrollato il vecchio Kuang Undici per te, ragazzo. Puoi fidarti... fintanto che sei dalla parte del grilletto è quanto di più cortese e servizievole si possa immaginare. Parla anche un discreto inglese. Hai mai sentito parlare di virus ad azione lenta?
- No.
- Io sì, una volta. All'epoca era soltanto un'ipotesi. Comunque è proprio di questo che si tratta. Qui non è questione di perforare e iniettare, ma è piuttosto come se ci interfacciassimo con l'ICE in modo così lento che l'ICE non se ne accorge neppure. In un certo senso la configurazione logica del Kuang si avvicina subdola al bersaglio, e poi muta in modo da diventare esattamente come il tessuto dell'ICE. Poi noi ci agganciamo e subentrano i programmi principali, cominciando a menare per il naso i sistemi logici dell'ICE. E diventiamo fratelli siamesi prima ancora che inizino ad agitarsi. - Il Flatline scoppiò nuovamente a ridere.
- Vorrei che non fossi così maledettamente allegro oggi, amico. Non so perché, ma quella tua risata mi fa correre i brividi lungo la schiena.
- Peggio per te - rispose il Flatline. - Il vecchio cadavere ha bisogno delle sue risate. - Case fece scattare l'interruttoredel simstim.
William Gibson, Neuromante (trad. Giampaolo Cossato, Sandro Sandrelli), Mondadori, 2003
Etichette: descrizioni, dialoghi, neologismi
- Jon, io... Non ce la faccio. Girare per Marte, bere acqua istantanea, mentre laggiù i missili potrebbero essere già in volo. L’umanità sta per estinguersi. Non ti interessa? Tutti quei morti...
- La fine del dolore e dei conflitti? Tutta la sofferenza inutile finalmente eliminata? No... No. Questo non mi turba. Tutti questi secoli di lotte quale meta hanno mai raggiunto? Tutti questi sforzi, a cosa hanno mai portato?
[...]
- Laurie, mi ascolti? Ti stavo chiedendo a che serve tutto questo agitarsi; lo scopo di un lavoro senza fine; non conclude nulla, lasciando la gente vuota e disillusa... A pezzi.
- Va bene, ammetto che un sacco di gente ha condotto una vita da schifo che apparentemente non ha prodotto niente, ma... noi abbiamo una qualche importanza per l’universo a prescindere da questo. Insomma, l’esistenza, la vita, non ha forse un senso?
- Secondo me è un fenomeno estremamente sopravvalutato. Marte se la cava perfettamente senza nemmeno un microrganismo. Sotto di noi si trova il polo sud... niente vita, solo gigantesche terrazze alte trenta metri, modellate dal vento e dalla sabbia secondo una mappa topografica sempre mutevole. Scorrono attorno al polo a ondate, a intervalli di diecimila anni ciascuna. Dimmi... un oleodotto le migliorerebbe?
- Jon, se la metti così hai ragione. L’umanità non ha aiutato l’ambiente, ma a fronte di questo devi misurare le vite degli artisti, degli scienziati, dei poeti... Cazzo, anche la mia vita deve valere qualcosa.
[...]
- A proposito di ambiente: senza vita non ci sarebbe nemmeno un ambiente!
- La tua definizione è limitata: la vita propone il punto di vista della vita, anche quando esistono alternative. Prendi l’intrico di canyon qui sotto, dove i vulcani scaldarono il ghiaccio perenne e lo trasformarono in geyser: avrebbero potuto essere fonti di vita. La terra è sprofondata quando i ghiacci sotterranei si sono sciolti, dando origine a torrenti d’acqua che hanno formato vasti fiumi, ormai asciutti da tempo. La vita sarebbe potuta fiorire anche qui, ma Marte ha scelto un’altra via. Ha scelto questo. È chiamato terreno caotico.
- Sì? Be’, anche la vita lo è. Lo è la mia vita, è un “terreno caotico” o è un concetto astratto non quantificabile? Insomma, se sei così affascinato dalle rocce modellate in forme strane, avresti dovuto vedere me prima che ti incontrassi! Mia madre ha eroso la mia adolescenza per farmi prendere la forma che avrebbe avuto lei se non fossi nata io.
[...]
- Ecco perché mia mamma era così protettiva. Aveva riportato in vita quei terribili ricordi. Dopo tre isolati fermò la macchina e rimase immobile... poi mi disse tutto. Il suo dolore, le sue paure, tutta la sua vita, sai? Parlo di gente normale, sai? Queste cose succedono... Questo non ti commuove più di un mucchio di sassi?
- No. Laurie, io leggo gli atomi. Vedo l’antico spettacolo che ha dato vita alle rocce. In confronto a esso, la vita umana è breve e volgare.
Alan Moore, Watchmen (trad. Maurizio Curtarelli), Planeta De Agostini, 2007
Etichette: dialoghi, pensieri, personaggi
Paolo Bocchi avanzava verso il tavolino con un altro Mojito in mano. Da come barcollava doveva essere già ubriaco. Gli occhi iniettati di sangue, sudato come se avesse appena finito una partita di basket. Sotto le maniche della giacca si erano formati due aloni scuri. Si era slacciato la cravatta e sbottonato la camicia, si intravedeva il bordo della canottiera di lana. La patta dei pantaloni era aperta.
Il chirurgo acchiappò il collo a Fabrizio. - Che stai a fa' solo soletto?
Lo scrittore non ebbe nemmeno la forza di reagire.
- Niente.
- Mi hanno detto che hai letto una poesia grandiosa. Peccato, ero al cesso, me la sono persa.
Ciba si accasciò sul tavolo.
- Ti vedo abbattuto. Che è successo?
- Rischio di fare una figura di merda planetaria.
Bocchi si sedette sulla sedia accanto alla sua e si accese una sigaretta, prendendo grandi boccate.
I due rimasero in silenzio per un po'. Poi il chirurgo sollevò la testa verso il cielo e cacciò fuori una nuvola di fumo. - Che palle, Fabrizio. Ancora con 'sta storia?
- Quale storia?
- Quella delle figure di merda. Da quanto tempo ci conosciamo?
- Da troppo tempo.
Bocchi non si offese. - Dal liceo non sei cambiato di una virgola. Sempre ossessionato da 'ste figure di merda. Come se ci fosse qualcuno che sta sempre a giudicarti. Te lo devo spiegare io? Tu fai lo scrittore e a certe cose dovresti arrivarci da solo.
Fabrizio si girò spazientito verso il suo compagno di scuola. - Cosa? Di che parli?
Bocchi sbadigliò. Poi gli prese la mano. - Allora non hai capito. Il tempo delle figure di merda è finito, morto, sepolto. Se n'è andato per sempre con il vecchio millennio. Le figure di merda non esistono più, si sono estinte come le lucciole. Nessuno le fa più, tranne te, nella tua testa. Ma non li vedi a questi? - Indicò la massa che applaudiva Chiatti. - Ci ricopriamo di letame felici come maiali in un porcile. Guarda me, per esempio -. Si alzò in piedi barcollando. Allargò le braccia come a mostrarsi a tutti, ma gli girò la testa e si dovette sedere di nuovo. - Io mi sono specializzato a Lione con il professor Roland Chatreu-Beaubois, ho la cattedra a Urbino, sono un primario. Guarda come sto ridotto. Secondo i vecchi parametri sarei una figura di merda ambulante, un essere infrequentabile, un cafone impaccato di soldi, un tossico, un personaggio spregevole che si fa ricco sulle debolezze di quattro carampane, eppure non è così. Sono amato e rispettato. Vengo invitato pure alla festa della Repubblica al Quirinale e in ogni cazzo di trasmissione medica. Scusa, ma andando sul personale... Quel programma che hai fatto in televisione non era una grezza?
Ciba provò a difendersi. - Veramente...
- Lascia perdere, era una grezza.
Fabrizio fece un cenno d'assenso.
- E quella storia con quella, la figlia... Non mi ricordo, vabbe' era una figura di merda.
Ciba fece una smorfia di dolore. - Vabbe' adesso basta.
- E che ti è successo? Nulla di nulla. Quante copie in più hai venduto con tutte queste teoriche figure di merda? Una cifra. E tutti dicono che sei un genio. Quindi, lo vedi che vieni a me? Quelle che tu chiami figure di merda sono sprazzi di splendore mediatico che danno lustro al personaggio e che ti rendono più umano e simpatico. Se non esistono più regole etiche ed estetiche le figure di merda decadono di conseguenza -. Bocchi si allungò verso Ciba e lo abbracciò affettuosamente. - E poi lo sai chi è l'unico che non ha mai fatto figure di merda in vita sua? Nemmeno una?
Lo scrittore fece no con la testa.
- Gesù Cristo. In trentatre anni non ne ha fatta nemmeno una.
Niccolò Ammaniti, Che la festa cominci, Einaudi, 2009
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