appunti

Il viaggio inizia con un racconto di qualche anno fa, che racchiudeva un’idea probabilmente abbastanza buona per diventare un buon thriller fantascientifico, una storia ricca di colpi scena, di personaggi strani, di un ritmo a tratti frenetico, di un finale del tutto imprevedibile. Di quelli, insomma, che il lettore divora

domenica 7 marzo 2010

Sottotrame e montagne russe
Quando si organizza una trama in cui sette o otto personaggi hanno un ruolo determinante, è opportuno non tralasciarli mai per troppo tempo. Le sottotrame devono correre in maniera magari autonoma (per poi congiungersi al momento opportuno) ma contemporaneamente, o la percezione del tempo e del ritmo del lettore sarà falsata.
C'è un grande capolavoro della letteratura fantastica che si fa beffe di questa regola, ed è il Signore degli Anelli. Suddiviso in 3 libri e 6 parti, nel libro centrale (Le due torri), c'è una metà che racconta della Compagnia e un'altra che racconta del viaggio solitario di Frodo e Sam. Il risultato è che di tutti i personaggi perdiamo traccia per circa 200 pagine. Ecco, nonostante gli indubbi meriti dell'opera in questione, questo è un difetto enorme.
Nel capitolo 17 ho ripreso le fila di una sottotrama che si era interrotta e che doveva ridestarsi subito. Da quello che succede in questo capitolo si diramerà un percorso preciso che porterà verso il finale. Praticamente siamo giunti in cima alla salita delle montagne russe: la navetta (la trama) si è caricata di energia potenziale (di elementi e di indizi) ed è pronta a sprigionare tutta la potenza verso il basso (il finale) viaggiando a grande velocità (ritmo) e compiendo vorticose oscillazioni (colpi di scena). Ora, sperare che le sensazioni provate dal lettore siano le stesse è eccessivo e fuori luogo, ma l'idea sarebbe che d'ora in poi ogni interruzione della lettura debba provocare un piccolo dolore e una gran voglia di riprendere il prima possibile dal punto in cui si è lasciato.

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sabato 20 febbraio 2010

Regole del gioco
Finito anche il capitolo 16, da qualche giorno. Continuo ad avere la sensazione che ci sia troppa poca azione, ma non saprei come organizzare diversamente i capitoli. Siamo in un luogo, ci sono due o più persone che si devono dire qualcosa, o devono capire qualcosa, ma questo qualcosa non succede, viene capito. Credo sia un difetto, ma al momento è necessario.
Penso che il punto di forza degli ultimi due capitoli siano i dialoghi (che sopperiscono all'azione), perché il Guru, un personaggio fondamentale da qui alla fine, è un eclettico pazzoide che non dice mai niente di banale. Ha un grande senso dell'umorismo e appare completamente slegato dalla realtà. D'altro canto è una spanna avanti al mondo intero per quanto riguarda la tecnologia e ogni cosa che fa genera stupore in Leone (e di riflesso nel lettore).
Il Guru e quello che rappresenta (l'esasperazione dell'informatica) sono la chiave. Forse per questo dovrebbe venir fuori un po' prima nella trama, non dopo otto o nove capitoli. La tecnologia stessa viene fuori tardi. Una buona regola dei gialli è che la chiave dell'enigma deve saltare fuori subito e rimanere sotto gli occhi di tutti per tutta la durata della storia. Solo così, quando si capirà il suo ruolo, si avrà il colpo di scena. Un'altra buona regola, che poi è la stessa vista dalla prospettiva opposta, è che se nella prima scena si inquadra una pistola, quella prima o poi dovrà sparare. Ecco, devo stare attento a non allontanarmi troppo da queste logiche, perché il lettore potrebbe non seguire bene o pensare che certe svolte non siano altro che un deus ex-machina ideato da chi non sapeva più dove voleva andare a parare.
Anche per questo sono sempre più convinto che la revisione sarà un lavoro durissimo e molto lungo. Non vedo l'ora di arrivarci, ma prima mi aspettano, a occhio e croce, altri 26 capitoli (quando si dice una scaletta come si deve!).

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venerdì 5 febbraio 2010

Mani di vernice e ingorghi autostradali
Il capitolo 15 è stato un autentico parto. Scritto e cancellato un'infinità di volte, frase per frase. Riprendere qualcosa dopo tanto tempo è forse l'operazione più difficile in scrittura. Perché lo stile cambia, anche impercettibilmente ma cambia. Non riesci più a parlare degli stessi personaggi, degli stessi luoghi, a creare lo stesso tipo di atmosfere. Ho accarezzato più volte la tentazione di riscrivere tutto dall'inizio. Certe cose non mi spaventano più di tanto, anzi, ho addirittura pensato che sarebbe stata un'operazione che avrebbe fornito al romanzo un po' di freschezza, che lo avrebbe in qualche modo rinnovato e ripulito dalle migliaia di difetti che ci saranno e che, spero, verranno fuori in fase di riscrittura.
Ma alla fine di questo si sarebbe trattato, di riscrittura. E non è ancora il momento giusto. Devo portarlo prima in fondo, in qualche modo, poco importa che adesso si possa intravedere il tempo trascorso tra il primo capitolo e questo quindicesimo. Sarà compito della seconda mano di vernice rendere tutto omogeneo e brillante.

Intanto il motore è ripartito, con mia somma gioia. Certo, ancora la strada è lunga, ma provo la stessa sensazione di quando, dopo essere stato inchiodato in autostrada per ore, vedi le auto muoversi, fare qualche metro incerte, prima di mettere la seconda e riprendere il viaggio.

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martedì 19 gennaio 2010

Tutto o niente
Ho definito la linea. Quello che succederà nel capitolo 15, quello che succederà nel 16, e così via, fino al 42. Sono mesi che il romanzo non va avanti, c'è stato bisogno di rileggere, di riprendere confidenza con la storia e i personaggi, di valutare il lavoro fatto e cercare di capire dove come e perché funziona. C'è qualcosa da buttare, molto da riscrivere, ma soprattutto c'è bisogno di andare avanti, la revisione verrà in un secondo momento.
Non ho fretta, nel modo più assoluto. Ogni parola sbagliata che esce dalla tastiera è tempo buttato via; ogni pensiero giusto che rimane in testa è un patrimonio da coccolarsi e partorire quando sarà il momento.
Ho in testa il finale, ho in testa il percorso per arrivarci, ho tutti gli elementi.
Quello che manca è la polpa.
Negli ultimi due mesi mi sono immerso in "The Dome", l'ultimo romanzone (oltre mille pagine) di Stephen King. Di polpa lì ce n'è in abbondanza e di qualità. Mi atterrisce la mia atrofica pagina bianca di OpenOffice e la lentezza e la fatica con cui tenta di riempirsi. Sono due pianeti diversi: se lui è uno scrittore, significa che non lo sono io. Mi sembra un concetto talmente banale che non merita nemmeno di rifletterci troppo su. Ma non demordo, nonostante la mia fermezza nel non voler scrivere roba scadente. Ci metterò un secolo, forse, ma sarà il lavoro di uno scrittore quello che alla fine qualche casa editrice pubblicherà.
O non sarà niente.

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lunedì 28 dicembre 2009

Storie di re e letterine di natale
Sto leggendo l'ultimo romanzo di Stephen King, The Dome. Un bel malloppone di oltre mille pagine, quei libri che spaventano ma che poi sono della dimensione giusta se vuoi sentirti trasportato per un periodo significativo in un altro luogo. Un romanzo breve non ti dà il tempo di adattarti, non riesci mai veramente a dimenticarti che stai solo leggendo un libro.
Nella mia vita di libri over mille ne ho letti abbastanza (una decina, credo, che in questo caso può considerarsi abbastanza) e molti di essi stanno stabilmente nella mia top-ten di sempre, tipo It e L'ombra dello scorpione, sempre del nostro, o I pilastri della terra di Ken Follett, o Il Signore degli Anelli di Tolkien.
Questo rischia seriamente di aggiungersi alla collezione, nonostante sia di nuovo di King e siamo alla fine del 2009, ossia di un decennio in cui il re non ha prodotto nulla di buono, salvo qualche sporadica eccezione. Ma qui sembra tornato quello di un tempo, almeno a giudicare dalle prime duecento e passa pagine. In questo libro scrive da dio, più che da re, e coinvolge come non riusciva più a fare da un bel pezzo. Un King così io lo leggerei all'infinito, altro che per mille pagine.
Ecco dunque, anche se in ritardo, una bella letterina a Gesù bambino, che a quest'ora avrà digerito quella dell'onorevole Di Pietro. Io ho un desiderio molto piccolo:
"caro Gesù bambino, fa che questo romanzo non si perda per strada, che rimanga su questo livello fino alla fine, e che magari abbia anche un bel finale."
Se così non fosse, sarebbe un grosso grosso peccato.

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